martedì 21 febbraio 2012
lunedì 23 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
domenica 1 gennaio 2012
Lightmare II - Nigredo
Ho sentito un rumore, un battito, poi un altro. Mi sono svegliato. Mi alzo dal letto, lei non c'è. Cerco gli occhiali, li trovo, esco dalla camera e vado di là: il soggiorno vuoto, le finestre aperte, sono le cinque e già entrano le luci del giorno. "Dov'è?" mi chiedo e realizzo che c'è qualcun altro, in casa, c'è un'altra persona: è un uomo. Dev'essere nell'altra stanza, lo sento, cammino verso la camera. Passo di fronte il bagno, la luce accesa, l'acqua scorre, lei si sta lavando, mi soffermo e ascolto le gocce sulla pelle mentre volgono in vapore poi seguo il passo, vado oltre, davanti alla porta. Per un solo attimo di fronte a questa porta, prima di ricadere nel teatro dei sensi, ricordo che sto solamente sognando, il pensiero attraversa la mente per il tempo che basta a farmi sapere che non avrò un'altra occasione di aprirla. Ho paura come non ne ho avuta mai, il pavimento è freddo, il respiro non basta a riempire i polmoni, è forte il battito come se il sangue volesse esplodere in corpo, sento piano i miei passi mentre entro nella stanza lo vedo, è lì, in piedi di fronte, alle sue spalle la finestra e lo guardo, ti vedo ora: nero, solenne, buio e grave, l'ombra di se stesso Chrònos e non ho mai visto niente di più oscuro. Resto fermo, sono immobile, qui è l'eterno attimo del riflesso sull'anello, gli occhi vorrebbero urlare, lui da sempre è stato lì ed io lo odio, lo odio con tutto il cuore lo odio. "Ti odio!". Ed è come se stesse piovendo nel petto, una goccia per volta segna il ritmo della tempesta in questo tempo fermo. Così per la prima volta c'è qualcosa che ci ha reso tutti fratelli, ho pensato, che ora non fa più alcuna differenza se non ci siamo voluti bene, se non ci siamo amati. Ora so che nessuno mai morirà solo. Ed è questa la prima volta in cui veramente ho desiderato fosse tutto vero. Ed è più facile di quanto immaginassi credere, che verremo tutti sommersi, in un giorno qualunque, da un denso blu come inchiostro, a cominciare dal cielo e poi la terra degli uomini: ogni casa, ogni strada, ogni albero, ogni radice, ogni carattere, ogni archetipo, ogni per-sonare, φersuna. Ci cambia, ci unisce, siamo ora una cosa sola tutti.
Una cornacchia si posa sul cornicione della finestra, faccio un passo e d'immediato lui fa un passo, ricerco nel suo corpo opaco una qualche identità, lo fisso, mi avvicino, si avvicina e finalmente scorgo ora nel suo scuro volto gli occhi da questo curvo sguardo: sono io. Io sono. Ed ormai è giorno, c'è luce, prende il volo, rondini niente ombre. Rondini.
http://it.wikipedia.org/wiki/Persona_%28filosofia%29#Etimologia
mercoledì 21 dicembre 2011
sabato 3 dicembre 2011
Ante-prima dell'alba
Amico mio, va tutto bene.
Non è stato un sogno solamente. Quanti corvi sono passati dall'ultima volta che ci siamo sentiti? Quanto è durata la notte?
Ironicamente
nemmeno ricordo a cosa stessi pensando. Mi avevi scritto allora: "Amico
solo col buio puoi notare la volta di stelle, come potremmo orientarci,
farci guidare, trovare la strada se non cadesse il nostro Sole ogni
tanto dietro l'orizzonte? Fa sempre
ritorno..".
Sono stato dunque uno sciocco ad avere paura: la
candela consuma la cera, le ombre crescono, fuori viene freddo, è come
l'ultimo taglio di un'aria fin troppo sottile. Mi sono
abbandonato, seppur ancora non spiego cosa mi abbia spinto a restare.
Ogni cosa ogni gesto è diventato infatti terribile, più nulla poteva
essere fatto a favore o contro la vita. Un nero denso gelido opaco ha
offuscato penetrato e soffocato il cuore di tutti gli uomini. La parola
si è persa e le ceneri sono finite negli occhi. Questo ineffabile gioco
era già finito senza che lo sapessimo, non più siamo stati capaci in quel
eterno attimo, di sognare. Di creare, di immaginare, di illudersi, di
ridere, sorridere, stare allo scherzo, di commuoverci. Vuoti soltanto
immobili. Inabili a sentire provare percepire, accecati e paralizzati in
una mezza notte che nulla ha avuto di diverso da tutte le altre. Solo
privati del battito che unisce ogni cosa, ogni essere;
spezzato ogni legame con la vita, l'amore.
Fino a questa
nuova alba, questo nuovo giorno, da cui ora ti scrivo un messaggio che
pretendeva essere in fondo semplice. Solo ora che il bagliore può
scaldare il petto, darmi la leggerezza indispensabile necessaria a non
infrangere più il fiato. Respira. La notte è stata profonda, il mondo è
profondo, come il tuo cuore di uomo. Fai ritorno amico al luogo in cui
vivi, guardati intorno, le case, le strade, gli alberi, le persone, le
finestre e di nuovo domandati che cosa ne abbiamo fatto di questa nostra
madre? Come mai pare cosi difficile riconoscerla? Non senti anche tu
l'incessabile ticchettio? Come una pioggia infinita, della vita unica di
questa Terra che si accende e si spegne in ogni dove, perpetua ancora ed
una volta ancora di nuovo come se ogni attimo fosse tutta l'eternità. A
cosa devi l'esitazione, l'ostinazione? Non possiamo fermarla, solo
ascoltarla. E ascoltati e godi di ogni singola
nota, parola, bisbiglio o fruscio che riesci a ricevere.
Va bene
Poichè tu cosi' hai detto,
Li hai respirati fuori
Ordinati con cura,
Nell'aria, a essere.
Essi lavorano in squadra,
Sebbene fuori dal tempo.
Ciò che vedi li raggiungerà
La tua fede li nutre.
Non è bugia
A meno che tu non creda.
Y. Setchan
venerdì 25 novembre 2011
Il colore di questi passi
Non c'è, non c'è stato un momento preciso in cui sia incominciato il viaggio.
Qualcuno dice che esista un unico filo rosso invisibile che leghi
tutti i momenti della nostra vita l'uno con l'altro. E spesso seguire
quel filo significa lasciarsi al vento. Qualche dettaglio risuona
nella nostra fantasia mentre camminiamo e cattura la nostra
attenzione, così scegliamo che strada prendere. Non conosciamo
nemmeno il percorso che stiamo facendo, né dove possa condurre, ma
solo nel finale, visti dove siamo giunti, ci si può accorgere che
l'unico e solo destino che esista è quello tracciato dall'orma dei
nostri passi.
Nitidamente
ricordo un giorno in cui, da ragazzo, sfogliando una rivista
qualunque mi sono imbattuto in una foto particolarmente suggestiva,
una scena evocativa e intrigante. Qualcosa in quei colori deve avermi
tolto il fiato se ancora oggi conservo appeso, a fianco del comodino,
quel ritaglio di carta spiegato e impallidito agli anni. Ritrae un
uomo vestito completamente in bianco ai piedi di una statua di
pietra. Guarda verso l'alto mentre versa del latte sulla roccia per
lucidarla e lavarla. Si tratta di un jainista, seguace di una
religione antica; l'unica cosa che mangia quest'uomo oltre alle
radici secche di alcuni arbusti è il latte; la statua è un monolito
scolpito e sottratto alla terra, si trova in cima ad un colle vicino
ad un paesino nel sud dell'India, Shravanabelagola, è alto oltre
diciassette metri ed ha più di mille anni. Mi è tornata alla mente
questa immagine lo scorso inverno, quasi dieci anni dopo averla
rubata alla smemoratezza: fumavo una sigaretta alla fermata
dell'autobus, ho guardato per terra ed ero circondato da mozziconi
spenti. Mi son chiesto cosa avrebbe potuto dire o pensare un bambino,
chissà, probabilmente non lo avrebbe nemmeno notato; quando invece
succede che l'uomo nella foto ha percorso chilometri per giungere al
colle, con il suo solo manto bianco ed una scopa, spazzando la strada
di fronte a sé per evitare di calpestare foss'anche il più piccolo
degli insetti. La domanda che mi stavo ponendo era: “Come potrei
mai spegnere una sigaretta sul ventre di nostra Madre?”. Certo è
solo asfalto. Ma deve esserci qualcosa nell'aria, nei sassi, dentro
gli stessi pensieri, le sensazioni. Qualcosa tra noi, se anche
queste piccole inezie possono farmi cambiare e crescere.
“Insignificante”, ho pensato, è una parola che non può essere
attribuita a niente, è appunto priva di significato. Deriva dal
latino signum, cioè segno, la cui radice europea è sak-
che innanzitutto significa. E il suo significato è «dire»,
«mostrare». Insignificante è dunque tutto ciò che non può
esprimersi, che non ha voce. Eppure, sarà solo un'impressione, ma a
me pare che ogni cosa qui abbia qualcosa da dire, stia parlando del
sé. Forse è questa l'unica vera legge del regno naturale:
esprimersi, liberarsi, cantare. E capita certe volte, senza nemmeno
accorgersene, di riuscire ad ascoltare e sentire le note.
Personalmente non ho mai più gettato una sigaretta alla terra. Ed è
strano pensare a quel giorno, quando ancora non sapevo che sarebbe
trascorsa solo qualche settimana prima di vedermi all'agenzia di
viaggi acquistare un biglietto aereo per Mumbai. Ma cosa è successo?
Dov'è finito il nastro rosso in tutto questo? Mi chiedo se per la
ragione sia davvero una necessità attribuire un senso agli eventi e
agli avvenimenti che ci toccano. Perché francamente trovo difficile
descrivere, ci sono cose che non possono condividersi, e quando le
vediamo semplicemente le riconosciamo nostre, per noi: queste cose ci
scelgono.
Ricordo
quel pomeriggio guardavo la televisione. Trascorrevo un periodo di
studio ad Helsinki, in Finlandia, ed ero in compagnia di una ragazza
giapponese conosciuta in studentato, un'amica jinn di nome Koko. In
quel momento di svago ci siamo messi a cantare la filastrocca di un
cartone animato trasmesso dalla scatola nera parlante, si intitolava:
“The Best Day Ever”, il miglior giorno di sempre. Il protagonista
si sveglia, salta giù dal letto, fuori il Sole lo guarda e gli
sorride, si lancia allora verso un calendario grande come la parete
cadendo su un giorno qualsiasi, poi continua a cantare. Nel nostro
gioco abbiamo battezzato quel giorno del calendario come il migliore
di sempre: il tre di marzo. Sono trascorsi due anni da allora quando
lei mi ha scritto: “Hai il tempo per avere un viaggio?”. E ora
tutto questo mi sembra sciocco, solo un ritaglio sbiadito appeso al muro,
un cartone animato per bambini. Sono soltanto il seme di
un'attrazione divenuta ormai viscerale per un mondo nuovo
sconosciuto, distante ed escluso da ogni rotta di viaggio del mio
quotidiano. Ho pensato: "Questa è la mia occasione di entrare
nella foto". Tutto il resto è venuto da sé. Koko ed io
abbiamo dunque concordato di incontrarci a metà strada fra Giappone
e Italia. Per pura coincidenza i nostri voli sono atterrati alla
vecchia Bombay la stessa mattina con la differenza di poche ore. Ci
siamo incontrati immediatamente e mi è sembrato di rivedere la
sorella con cui sono cresciuto dopo tanto tempo in un luogo
risiedente fuori dal mio immaginario. L'impatto del giorno è stato
incredibile, era appena l'alba quando la città si è messa in moto
poco a poco. Ci siamo subito immersi nella corrente. Il profumo di un
ricordo atavico, la luce resta sospesa in un'aria languida, il Sole
immobile mentre compie il suo giro dona vita ad ogni cosa, calore
latente, per la prima volta ho creduto che gli alberi potessero
muoversi, ma che nella loro saggezza scegliessero ogni giorno di
restare fermi ed impassibili, ad ascoltare e ricevere la luce degli
astri, sola vittoria sulla polvere nella semplicità di una foglia. I
banyan sono gli alberi simbolo di questo paese, se lasciati crescere
possono coprire ettari di superficie e vivono per centinaia di anni;
il segreto della loro magnificenza risiede nel fatto che da ogni ramo
che crescendo punta verso il cielo pendono rami che scelgono di
tornare verso la terra. Una volta raggiunto di nuovo il suolo infatti
formano nuove radici e si invigoriscono fino a divenire nuovi fusti
per l'albero. Giunge il giorno in ogni essere di condividere questa
sensazione, quando in ogni dove si posi lo sguardo si scorge il
riflesso di un cammino ordinato. Da poco trascorsa l'alba, la mia
compagna ed io sedevamo su un treno, mancava poco al nostro giorno e
c'era un luogo che dovevamo raggiungere.
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